L'infinita Bellezza

Sergio Battista. La precarietà del “Bello”

 

Nell’arte il concetto di bellezza è un postulato del giudizio che deriva da una serie di tensioni espressive colte nell’opera e formatesi tra le complesse istanze estetiche che un’epoca detta di volta in volta. Quando la bellezza diventa però un valore ingombrante e problematico, come nel sentire contemporaneo, allora è necessario porne i diversi assunti al centro di una riflessione ben più ampia soprattutto quando essi diventano parte integrante dell’attività poietica.

Nella fotografia di Sergio Battista (romano di nascita, un dato da non sottovalutare a tal proposito), il significato di bellezza non intende tanto sottoporsi a quel giudizio, né tantomeno essere il fine ultimo da raggiungere; non riguarda nemmeno il tentativo di affermare nuove forme e nuove icone. E’ invece il tentativo di sondare su un piano più concettuale la domanda: “che cos’è oggi per noi il bello?” Un quesito urgente che scaturisce dopo che, per circa un secolo, si sono succedute teorie di inestetismi e rotture epistemologiche. “Rotture” che oggi si presentano ormai svuotate del loro impeto rivoluzionario e del tutto improprie dinanzi alle evidenti degenerazioni tout court di ogni tipo di proposta artistica, quand’anche fosse valida.

La bellezza, dunque, è per Sergio Battista un valore da indagare con strategie apparentemente semplici, capaci però di identificare una moltitudine di significati e non solo di ordine estetico. Questa strategia si attua presentando soggetti femminili attraverso semplici ritratti disposti in primo piano dinanzi ai luoghi d’arte della Roma monumentale. Sono figure prestate allo scatto fugace e dalle pose consuete; impronte di un quotidiano vissuto all’insegna della normalità, mentre occupano (e rubano) spazi a uno sfondo costituito da quelle bellezze mozzafiato del passato. Un repertorio, questo, che sovente è preso a prestito come fondale scenografico, divorato dallo scatto “massificato”, a sua volta distratto e inconsapevole. Sono scorci di una Roma sempiterna che sembrano prostrarsi con la loro generosa accoglienza millenaria e sempre più impotenti nel rendere giustizia a una bellezza soverchiata da una volgarità diffusa e perpetuante.

Volutamente in B/N, i suoi lavori evidenziando una forte dualità composta da luce/ombra, primo piano/fondo, passato/presente. Una scelta specifica al fine di esaltare quei trapassi chiaroscurali e particolari circostanziali disposti al di là della “pre-senza” dei primi piani. Eppure, in questa precaria iconografia del bello si giustappone, tra la figura umana e l’artefatto artistico del fondo, una sorta di silenzio, di sospensione, uno iato che si presta all’improrogabile e ridondante quesito di sopra: cosa rimane nell’affollato circuito dell’immagine, tra la smania del selfie e l’ansia del social share, tra l’iperconsumo di visioni globalizzate e un turismo sempre più di massa che saccheggia immagini di beltà infinite… dunque, che cosa rimane della bellezza oggi?

 

 

 

Mino Freda